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Se l'autismo riguarda al suo esordio l'infanzia e la primissima infanzia – questa è infatti la sfida delle più recenti ricerche – e la ricerca si impegna a trovare parametri adatti ad individuare una diagnosi precoce e precocissima ai fini della cura, e di una sua efficacia sulla possibile reversibilità, tutto ciò non può non riguardare tutta la comunità scientifica e in particolare quella psicoanalitica, per la necessaria cooperazione di forze che ciò richiede.
La sfida sta infatti nel poter cooperare tra discipline diverse, non per perdere un'identità di specifica appartenenza scientifica a favore di un'identità integrativa, ma casomai per ridefinire un necessario equilibrio dinamico nella distinzione tra le due. E alla base di ciò vi è un principio che difficilmente si potrebbe non riconoscere come psicoanalitico, e cioè che tale confronto non possa che essere conflittuale, ma che ciò sia la base e non il fine della cooperazione.
Gli studi di Courchesne ad esempio (Mapping early brain development in autism, 2007) ormai non più recentissimi, colpiscono e provocano curiosità di studio e di approfondimento. La precoce apoptosi neuronale dei neuroni cerebrali, una sorta di potatura necessaria in natura per eliminare i rami secchi o poco produttivi e rendere più rigogliosi quelli più capaci ai fini della crescita, è anche una rappresentazione simbolica di come la morte in natura cooperi con la vita e per la vita. Questi studi neurobiologici e neurobiochimici hanno consentito di evidenziare che in tutti i casi di autismo studiati, e il campione esaminato era su larga scala, questo processo di precoce potatura mancava, come se per eventi del tutto sconosciuti, certo legati a disfunzionamenti proteici di cui però non è ad oggi chiarita la causa, l'orologio biologico si fermasse. Questo passaggio mancato, questo silenzio all'appello di una morte «necessaria», assumerebbe così conseguenze catastrofiche. L'immagine, del tutto esteriore ed evidentemente del tutto difensiva, de