You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Le vie d'ingresso nell'autismo e nella psicosi sono una questione di enorme interesse sulla quale c'è attualmente un notevole lavoro di ricerca anche al di fuori della Psicoanalisi; ricerca con la quale è opportuno che la Psicoanalisi stessa si confronti, per capire qual è il ruolo che può svolgere, sia sul piano della comprensione dei processi nosodromici, che su quello degli interventi.
Dario De Martis, citando una celebre affermazione di Henry Ey, amava ricordare che «se la schizofrenia c'è, non è certo all'inizio, semmai alla fine»1 (Ey, 1954, traduzione mia). Intendeva con ciò dire che, qualunque sia la natura del terreno di vulnerabilità da cui prende origine, il percorso nosodromico della psicosi è spesso lungo, complesso e tutt'altro che lineare, sia prima che dopo gli esordi. Talvolta esso è punteggiato o clamorosamente segnalato da quei momenti «catastrofici-matriciali» che Jaspers aveva mirabilmente illustrato descrivendoci la Wahnstimmung e l'esperienza delirante primaria (fenomenologia che Freud aveva peraltro tratteggiato, per conto suo, due anni prima nel Caso del Presidente Schreber). Vi è spesso tuttavia, prima e attorno a questi momenti critici, una lunga pre-istoria e una lunga storia pre-clinica e sub-clinica: è una storia di trasformazioni che sono, contemporaneamente, trasformazioni di assetti mentali, dell'esperienza del Sé, dell'esperienza del mondo e dei concomitanti assetti neurobiologici. Inoltre, nell'andamento e nelle direzioni che questa storia lungamente sotterranea può prendere, possono intervenire fattori molteplici. Negli ultimi decenni, a partire dal lavoro della grande scuola di Bonn di Gerard Huber, e del suo allievo Joakim Klosterkötter (Gross et al., 1998; Huber et al., 1992;