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L'apertura della psicoanalisi al contributo delle altre scienze, e in particolare a quello delle neuroscienze, convoca l'intera comunità psicoanalitica ad una in-formazione ed integrazione dei propri modelli di riferimento, processo questo destinato a modificare anche nel singolo analista assetti, pensieri, idee, tecnica. In particolare, come psicoanalisti di bambini, da sempre ci confrontiamo con la necessità di integrare nella nostra rêverie (Bion, 1962) il biologico con il mentale, lo sviluppo somatico con il divenire dell'organizzazione psichica, la bivalenza soma/psiche nella costituzione del soggettivo, il linguaggio del corpo e dell'azione con la formazione del «Sé agente» (Stern 1987,). Nella terapia di un bambino l'analista deve spesso cimentarsi nella paziente ricerca e attesa dell'emergenza del verbale dal pre-verbale, del simbolo dall'asimbolico, della percezione dalla sensorialità, del sentimento dallo stato corporeo (Schore, 2003). L'autismo è una patologia dello sviluppo paradigmatica di questa complessità, per la costante sollecitazione della mente dell'analista a creare nessi/reti di significato che diano senso/direzione all'apparente afinalismo comportamentale del bambino. A questo proposito va sottolineato che il contributo teorico dato dalla psicoanalisi si è prevalentemente basato su dati raccolti attraverso il dispositivo psicoanalitico, ovvero attraverso l'osservazione empirica, epifenomenica, del comportamento del bambino filtrato dal controtransfert dell'analista al lavoro. Questa angolatura clinico- teorica ha prodotto contributi ricchissimi nell'area dello scambio intersoggettivo tra paziente e analista1 ma