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Lacan aveva una concezione alquanto particolare dell'Io. Riteneva, infatti, che l'apparato psichico non avesse un centro bensì due: l'Io e il soggetto dell'inconscio. Sono due poli che non si sovrappongono. Lacan amava dire che la rivoluzione che aveva reso possibile tutto il pensiero moderno non era stata quella copernicana, che aveva posto il sole anziché la terra al centro dell'universo, ma la scoperta di Keplero dell'orbita ellittica dei pianeti, cioè un'orbita non governata da un centro bensì da due.
Non affronterò la teoria lacaniana del soggetto in questa sede, per quanto rappresenti indubbiamente uno degli aspetti più interessanti del suo lavoro, poiché possiamo afferrarla soltanto se prima comprendiamo la concezione lacaniana dell'Io. Se il soggetto dell'inconscio si articola profondamente nell'ordine Simbolico del linguaggio, l'Io è un'istanza immaginaria che Lacan considera equivalente all'immagine speculare del corpo del soggetto. Perciò il soggetto apprende il proprio Io per la prima volta fuori di sé. L'Io è quindi il prodotto dell'alienazione – in senso letterale – nell'immagine. Per questo motivo l'Io ha una cattiva reputazione tra i lacaniani. Ogni analista serio si figura il lavoro del trattamento analitico classico come processo di smembramento di questo Io alienato a beneficio del soggetto dell'inconscio. Ma che cosa facciamo quando ci troviamo ad affrontare un caso clinico in cui l'Io alienato lacaniano non si è neppure costituito? Dinanzi al trattamento clinico dell'autismo ho scoperto quanto sia prezioso e indispensabile questo Io, per quanto alienato possa essere nell'immagine speculare.