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Il rapporto tra Wittgenstein e la psicoanalisi, oggetto delle indagini dei saggi raccolti in questa sezione, pone questioni fondamentali per l'autoriflessione critica della psicoanalisi, ma anche per i rapporti tra psicoanalisi e filosofia in generale. Ciò che l'interrogazione di Wittgenstein pone è infatti il problema della verità – in psicoanalisi come in filosofia – e il suo domandare, non privo di problemi, non può tuttavia lasciare indifferenti coloro che si interrogano sul senso del loro operare.
Certamente, come del resto nel caso di Heidegger di cui si è discusso in un numero precedente della Rivista, l'approccio di Wittgenstein alla psicoanalisi, e in particolare all'opera di Freud, è almeno in prima battuta di tipo critico. Ma, come osserva Silvana Borutti, le critiche, ben note, che Wittgenstein ha mosso a Freud sono tutte riconducibili a una critica generale all'autocomprensione scientista della psicoanalisi, cioè a quella rappresentazione dello statuto della psicoanalisi che la ascrive alle scienze che ragionano per cause. Sono invece meno discusse le convergenze di Wittgenstein e Freud intorno al concetto di immagine e alla questione del linguaggio di immagini (Bildersprache), e intorno all'idea del carattere configurativo del simbolico. Si tratta quindi di non arrestarsi a una lettura inevitabilmente superficiale dei testi wittgensteiniani, ma di riconoscere, come a suo tempo ha fatto Mauro Mancia sulla scorta delle analisi di Aldo Gargani, che, se Wittgenstein non ha del tutto compreso, probabilmente per difficoltà emotive, concetti fondamentali della psicoanalisi come quello di inconscio, egli ha tuttavia intravisto una lettura della psicoanalisi come ermeneutica del possibile, cioè come lavoro di costruzione delle interpretazioni.
L'equivoco di Wittgenstein rispetto alla qualità epistemologica del modello freudiano si fonda sulla attribuzione a Freud di una prospettiva centrata sulla spiegazione causale, che dunque comporta il passaggio all'essenza e