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Sono molte e diverse, troppe per tentarne una ricostruzione, le strade su cui si sono incrociate psicoanalisi e filosofia, non sempre pacificamente e nemmeno sulla base di un reciproco riconoscimento.1 Qui restringerò il campo dapprima a una sottosezione di questa storia complessa, quella in cui interviene un terzo elemento sulla scena, a fare talvolta da termine medio talaltra da posta in gioco: vale a dire la scienza, o meglio il grado di conoscenza che si riconosce e nel contempo si esige dalla scienza. È noto che la filosofia ha in gran parte rivendicato a sé la teoria di tale «grado», nel duplice senso di fornire criteri per distinguere ciò che costituisce conoscenza scientifica, e di spiegare che cosa renda, appunto, scientifico il sapere che soddisfa i criteri proposti.
Una delle domande che ci si è posti con maggior frequenza, quando filosofia e psicoanalisi si sono intersecate, è proprio se la psicoanalisi sia una scienza, e che tipo di scienza, vale a dire, in parole più semplici, se la psicoanalisi faccia conoscere qualcosa, che cosa, e con quali metodi. Di certo Freud pensava e presentava fermamente la propria creatura come scienza, ma a partire almeno dagli anni Ottanta del secolo scorso una serie di filosofi, e anche qualche analista, o l'hanno negato, oppure hanno assegnato alla psicoanalisi uno status diverso pur