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Esistono molti modi di collegare Wittgenstein a Freud. La maniera più consueta e forse scontata è quella di prendere le mosse dalle dichiarazioni del secondo Wittgenstein su Freud. Qui di seguito procederò differentemente, ricostruendo il nesso fra la pratica fiosofica di Wittgenstein – il cosiddetto metodo terapeutico – e la psicoanalisi di Freud. È sotto questo profilo che si può interpretare l'affermazione di Rush Rhees: «per il resto della sua vita Freud fu uno dei pochi autori che egli pensava che valesse la pena di leggere. E avrebbe parlato di se stesso […] come di un “discepolo di Freud” e di “un seguace di Freud”» (Rhees, 1984, 123). Per proporre quest'accostamento adotterò la lettura di Stanley Cavell.1 Il succo di tale lettura consiste nel cogliere l'originalità di Wittgenstein non tanto nelle sue argomentazioni filosofiche, ma – performativamente – negli effetti che intende suscitare sul lettore. La filosofia, per Wittgenstein, non è né una teoria né una forma di sapere (dunque i suoi lavori sono volti a determinare non un ampliamento della conoscenza acquisita, ma piuttosto a produrre nel lettore qualcosa di simile ad un insight, all'acquisizione di una consapevolezza, di un nuovo atteggiamento). Wittgenstein considera anzi la propensione filosofica ad edificare teorie (che imitino quelle della scienza) una malattia culturale della