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Nel suo brevissimo scritto del 1918, Bisogna insegnare la psicoanalisi nell'università?, Freud, interrogandosi sui rapporti tra psicoanalisi ed università, affermava che mentre l'università non avrebbe che da guadagnare dall'insegnamento della psicoanalisi, lo psicoanalista, pur vedendo con soddisfazione l'inclusione della psicoanalisi nel curriculum universitario, poteva fare a meno dell'università. Sappiamo quanto il rapporto tra psicoanalisi ed università sia stato complesso e, certamente, non privo di ambivalenze da parte di entrambe le istituzioni, che hanno sempre visto con diffidenza il contributo portato dalla controparte: l'accademia nei confronti di una disciplina la cui scientificità è stata guardata sempre con sospetto, l'istituzione psicoanalitica piuttosto arroccata in una autosufficienza teorica e metodologica, che poteva non solo rinunciare ai canoni propri della scientificità e dei modelli di trasmissione delle conoscenze privilegiati o possibili in ambito accademico, ma addirittura timorosa di vedere corrotta la propria specificità, sul piano della ricerca e della formazione, dal contatto con quelli.
Molte cose sono cambiate nel corso del tempo e tra queste, sicuramente di grande impatto, la nascita dei corsi di laurea in psicologia e la regolamentazione della pratica psicoterapeutica, che hanno, tra le altre implicazioni, favorito il progressivo ridimensionamento della professionalità medica nell'esercizio della pratica psicoterapeutica, a cui faceva prevalentemente riferimento Freud.
Siamo tutti consapevoli di quanto i futuri psicoterapeuti abbiano bisogno della psicoanalisi, anche se ne sono, purtroppo, sempre meno consapevoli loro stessi, ma sappiamo anche bene quanto la psicoanalisi non possa fare a meno dell'università, qui intesa come luogo non solo di ricerca, ma anche e soprattutto di formazione dei futuri professionisti, prevalentemente, ma non solo, quelli dell'area psicologica, al cui operato sono affidate la diffusione e la vitalità dell