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Magari, Silvia Vegetti Finzi fosse stata una bambina senza stella, come titola la sua ultima produzione letteraria. Avrebbe avuto vita più facile, se l'ombra minacciosa della gialla, persecutoria stella di Davide non l'avesse costretta fin dai primi giorni di vita a crescere abbandonata dai genitori, fuggiti in Abissinia per sottrarsi alle leggi razziali promulgate in Italia nel 1938, nel mese e nell'anno della sua nascita: «Corre la grande lancia nera lungo la strada che taglia la superficie ghiacciata dei laghi di Mantova. Destinazione Villimpenta, dove sarà depositata la neonata […] L'attende la giovane balia […] Appena il tempo di depositare il fardello e pagare i primi sei mesi di baliatico e la madre dovrà andarsene […] La settimana successiva, in fuga dalle persecuzioni razziali appena approvate, s'imbarcherà con il primogenito – il marito l'ha preceduta – per l'Abissinia. Si rivedranno quasi cinque anni dopo» (15).
La bambina abbandonata aveva solo 20 giorni. In quei laghi ghiacciati (fatto impossibile a ottobre) «un barbaglio di verità: la freddezza che gela il cuore» (16).
In quanto di padre (e quindi di cognome) ebreo, Silvia Vegetti Finzi nasce segnata: l'ombra della stella gialla ne fa una bambina senza alcuna stella: senza la stella gialla, che l'avrebbe comunque dotata di una appartenenza, da un lato, e, dall'altro, senza la buona stella di quell'holding materno che fa di chi viene al mondo «quel» bebè di «quella» madre.
Per di più, passati i primi sei mesi a baliatico e finiti i soldi del pagamento anticipato, la piccola «diventata un oggetto incollocabile» (17), viene esposta a un nuovo abbandono. Provvederà fortunatamente a lei la zia paterna (proveniente da una famiglia ebraica di Mantova, successivamente convertita al cattolicesimo per sposarsi), che la accoglierà in casa. Per poco meno di due anni, però, poiché poi la zia muore, e la «putina» resta con il vedovo Teobaldo, le due figlie quasi ventenni, che studiano a Modena e rientrano solo per le v