You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Questo scritto si focalizza sull'importanza di riconoscere ed elaborare, nel trattamento analitico dell'adolescente, le diverse forme d'attrazione e di repulsione che l'infantile (caratterizzato da onnipotenza, temporalità eterna e pulsione d'impossessamento) esercita su di lui. L'adolescente, infatti, ha necessità di conseguire un certo grado di funzionamento psichico per non sentirsi soggiogato dall'infantile, intruso o colonizzato dalle figure d'identificazione. La fedeltà all'infanzia con i suoi referenti identificatori idealizzati genera in lui vissuti d'ingerenza e di influenzamento che ostacolano la creazione di sé. D'altra parte l'infedeltà rischia di farlo sentire profondamente vuoto, solo, sconfitto o velleitariamente grandioso. In questo secondo caso gli «autoerotismi» (Jeammet, 1990), i punti di repere identificatori e l'investimento su di sé non sono ancora integrati a sufficienza. Allora, a fronte della possibile ampia oscillazione del sentimento di sé, il trattamento può, euristicamente, focalizzarsi, per avviare l'autosservazione e l'autoreflessività nell'adolescente, sulle «modalità di base del suo funzionamento pulsionale, quello depositato da movimenti e da sensazioni e non ancora da immagini o rappresentazioni» . È per questa via che l'Io dell'adolescente, nell'uscire dall'infanzia, può cercare di diventare autogarante della propria permanenza e far buon uso delle «trasformazioni della pubertà» (Freud, 1905). Il trattamento prende le mosse, perciò, alla luce di questa visione teorica, dal favorire l'appropriazione soggettiva della propria motricità, sensorialità ed esperienza percettiva , tutte inscrizioni che tendono a riattivarsi e che si arricchiscono grazie ai nuovi e intensi stimoli sensoriali puberali. Tale primo approccio può permettere l'elaborazione e anche la sublimazione