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Fu immediata, in Freud, la scoperta delle asperità (che forse inizialmente ritenne trascurabili) connesse al lavoro con i pazienti: dapprima con la resistenza (fenomeno che gli consentirà di teorizzare la rimozione), poi con i concetti di ripetizione e transfert negativo. Sarà nel 1920, riflettendo sul trauma e sulla coazione a ripetere, che i fenomeni apparentemente paradossali dei pazienti che «paralizzano» l'evoluzione della cura, procurando nocumento alla propria vita, rientreranno in un quadro concettuale più ampio, indicato con l'espressione «reazione terapeutica negativa». Tale visione fu approfondita clinicamente da M. Klein nelle sue riflessioni sul transfert negativo. In una nota sul controtransfert preparata per il Congresso IPA del 1953, rimasta inedita fino a pochi anni fa, richiamò l'attenzione su quegli atteggiamenti negativi e ostili del paziente che causano nell'analista sentimenti controtransferali di rifiuto. In conseguenza di ciò, l'analista rischierebbe di rinforzare il transfert positivo attraverso rassicurazioni oppure, cogliendo solo il transfert negativo e trascurando la sua interrelazione con il transfert positivo, si troverebbe a trattare le proprie angosce contrastando eccessivamente i sentimenti negativi del paziente. Diverse, in seguito, furono le strade prese dagli autori post-kleiniani nella riflessione sugli aspetti più specificamente distruttivi in analisi: dai primi contributi di Rosenfeld sul ruolo della pulsione di morte nella psicosi, ai suoi ultimi e sensibilmente diversi contributi negli anni Ottanta sulle situazioni di stallo, sul narcisismo dalla pelle coriacea e dalla pelle sottile, e sugli effetti che hanno le identificazioni proiettive non colte e non analizzate nel determinare fallimenti terapeutici. Negli stessi anni Bion scopriva gli attacchi al legame, la relazione parassitaria, e la distruzione della funzione alfa. Da un altro vertice, Winnicott già negli anni Cinquanta aveva ipotizzato non solo una valenza e una fun