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Rifare da grandi
A distanza di vent'anni i genitori mostrano al figlio i suoi primi disegni di creature della terra e della fantasia. E lui semplicemente, li disegna di nuovo. Così prende vita un libro di straordinaria freschezza che fa pensare alle trasformazioni «artistiche» che possono prendere vita anche in analisi con persone di qualsiasi età.1
Il disegno, come il gioco, è un sogno in azione, non un pensiero già formato, che porta paziente e psicoanalista in un'area dove il senso pur esistente in abbozzo, nel sogno di ciascuno dei due soggetti, emerge lì, per la prima volta come un prodotto artistico dall'incontro delle menti al lavoro.
Il lavoro di Cristina Bertogna prende le mosse da questa convinzione e si appoggia al pensiero teorico di Donald Winnicott e Antonino Ferro, autori che hanno trasformato il gioco da strumento del processo psicoanalitico per i bambini a elemento fondante l'analisi di chiunque.
Winnicott ha per primo teorizzato la necessità di un coinvolgimento attivo nella costruzione di significati possibili e ha individuato nella sensazione di piacere un indicatore della necessaria reciprocità che sostiene il processo. Ferro, espandendo il pensiero di Bion, ha evidenziato come la trasformazione in gioco sia in grado di potenziare la capacità onirica e creativa di due menti al lavoro producendone un'espansione reciproca.
Il lavoro propone diversi esempi clinici di come il piacere di interagire possa essere un derivato emotivo, dell'espandersi o del contrarsi del «campo» relazionale, una spia non specifica, ma molto sensibile del processo terapeutico inteso come una forma complessa di gioco.
L'autrice non ha paura del «facciamo che» con cui i bambini iniziano i loro giochi anche se a proporlo è un adolescente o una persona adulta, perché sa che l'azione non è l'opposto del pensiero, ma ciò che lo precede e lo accompagna. Così la vediamo al lavoro senza che barriere teoriche di rigide distinzioni di età intralcino la capacità di usare la fantasia per di