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Sono moltissimi i lavori sul dolore in analisi, dolore che è considerato uno degli «elementi» della psicoanalisi, basti pensare alla affermazione di Bion che diveniamo ciò che siamo capaci di soffrire. Il dolore è considerato l'ingrediente necessario perché trasformazioni ci siano. L'evitamento del dolore porta ad una serie di difese spesso costosissime e anche a vere e proprie patologie. Il romanzo di Balzac La pelle di Zigrino ci avverte dei pericoli insiti nell'evitamento del dolore. A sua volta Pennac ci ricorda che «è curioso il dolore. Il dolore più autentico si difende da se stesso elaborando frasi» ed eccoci a cavallo della narrazione e delle trasformazioni narrative come terapia della sofferenza.
Mi piacerebbe ricordare due libri italiani: Un tempo per il dolore di Tonia Cancrini (2002) e Il dolore dell'analista di Maria Adelaide Lupinacci e coll. (2015) che fanno a distanza di alcuni anni il punto della situazione. Ma questa volta vorrei focalizzare la mia attenzione su un tema meno transitato ovvero quello del piacere nel lavoro analitico.
Non molti anni dopo la morte di Freud con l'avvento della televisione, abbiamo in Italia il fenomeno dei «romanzi sceneggiati», ovvero la riduzione televisiva a puntate di molti celebri romanzi d'autore. Si tratta di romanzi la cui trama è ad alcuni nota, ignota ai più. Basta comprare il romanzo per precedere le puntate che seguiranno: in qualche modo ciò che non è prevedibile può essere previsto. In breve spazio di tempo si susseguono, vado a memoria, con grande successo Jane Eyre, Nicolas Nickleby, Delitto e Castigo, l'Idiota e tanti altri ancora.