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Quale posto può occupare il piacere nella relazione clinica tra analista e paziente? Quale piacere si accompagna alla realizzazione della nostra identità socio-professionale? Quale posto è riservato al piacere nella vita personale di ciascuno di noi? Domande delicate e complesse, variamente articolate tra loro, che di sovente giacciono sullo sfondo dei nostri discorsi, ma che il più delle volte rimangono inevase, taciute, pudicamente escluse da una loro ufficialità pubblica: scientifica o meno. A tali domande proverò a dar risposta. Se possiamo tranquillamente affermare che la psicoanalisi è per eccellenza la «scienza degli affetti»,1 e che il piacere, a partire dal modello pulsionale freudiano,2 occupa un posto privilegiato nel suo scenario storico-teorico, è anche vero che al dolore, la sofferenza psichica comunque espressa, va assegnato il primato sulla scena clinica. Il dolore nella sua intollerabilità rappresenta infatti il presupposto del danno traumatico eziopatogenetico in cui è iscritta la storia del paziente e la sua sintomatologia; mentre il sintomo, derivato delle difese messe in