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Il filo di Arianna è un libro piacevolissimo, profondo con leggerezza, utile non solo e non tanto per l'apprendimento che se ne può trarre ma per la sua capacità evocativa. «Scrivere - dicono le autrici - è in sé anche movimento comunicativo, ma con funzioni, leggi e scopi propri, diversi da ogni altro registro di comunicazione […] Non vogliamo interrogarci, in sostanza, solo sulla scrittura dei casi clinici, ma ripercorrere le molte scritture che sostanziano noi come analisti e la psicoanalisi come pensiero di una collettività, un filo di Arianna che sin dall'origine ci orienta nella complessità labirintica della rappresentazione psichica nel senso più ampio del termine» (17-18).
Catarci e Lucantoni si interrogano su quale sia il movente della scrittura. «Si tratta dello stesso impulso che spinge lo scrittore a costruire il suo romanzo e, più in generale, l'artista a creare?» (18).
Se il pensiero si forma per rendere presente nella mente ciò che è mancante nella realtà, ogni forma d'arte - anche il processo creativo della scrittura - scaturisce da molte istanze, tra le quali l'infinito interrogarsi dell'essere umano sul mistero della sua esistenza. L'arte nasce per dare voce all'inesprimibile, talvolta a vissuti inquietanti ignoti anche all'artista. Le autrici sembrano suggerirlo fin dalla scelta dell'esergo:
In un certo senso,credo che sempre scriviamodi qualcosa che non sappiamo:scriviamo per rendere possibileal mondo non scrittodi esprimersi attraverso di noi .
È così diverso il campo della scrittura di testi psicoanalitici da quello della narrativa? Il libro si interroga su differenze e similitudini. La prima discriminante proposta