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Con un miagolio ben identificabile e da noi perfettamente riconoscibile, la gatta di casa ci segnala di aver preso una preda. La troviamo allora sdraiata sullo zerbino dell'ingresso, distesa e con affianco la vittima. Questa, una lucertola o una talpa, può essere ancora viva ed in tal caso la gatta con rapide ed abili mosse la lascia andare e poi subito la riprende. Ci sembra orgogliosa e trionfante, due emozioni che, se potessimo esser sicuri di potergliele attribuire, sarebbero del registro narcisistico. Qualche urlata da parte nostra se l'è presa, ma in quei casi eravamo consapevoli che non ci avrebbe capiti.
Solo nel caso della talpa, se già morta, ha il nostro assenso. Prendiamo, ipocritamente, atto: una in meno in giardino!
Il suo giocare abile e micidiale possiamo definirlo crudele?
Possiamo, infatti, impiegare questo termine anche riferendoci ad un animale?
Non so rispondere con certezza, ma sarei orientato a dire di no. Cercherò di spiegare perché.
Non ho grandi cognizioni al riguardo, ma ricordo che Lorenz riferisce di aver osservato comportamenti crudeli solo da parte di animali in condizioni di cattività1 e, pure, di non aver «mai trovato che lo scopo dell'aggressione [fosse] l'eliminazione degli appartenenti alla specie» (1963, 64).
Ci sarebbe in tal caso, a proposito della crudeltà, qualcosa di molto umano, cioè di caratteristico dell'essere umano, da indagare.