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Mai più così vicini per il resto della nostra vita.
Vorrei soffermarmi su un aspetto particolare dell'analisi con Carlo. Accade talvolta che io mi ritrovi lontano da lui, avvolto nei miei pensieri. Ho provato a collegare i contenuti delle mie divagazioni a quanto sta accadendo in seduta ma senza esito: non posso definirle delle forme di rêverie. Semplicemente mi allontano. Segue in me un senso di desolazione, di vuoto; mi sento solo nello spazio.
Provo una sincera simpatia per questo giovane uomo minuto, molto motivato e appassionato all'analisi. Mi fa piacere incontrarlo e lavorare con lui e credo che il nostro tempo trascorso insieme sia proficuo.
Ho notato che il mio allontanamento coincide con il momento in cui lui inizia a formulare delle ipotesi su qualcosa di significativo della sua esperienza. Che si tratti di un evento occorso nei giorni precedenti, di un'emozione o un sogno, talvolta Carlo inizia a formulare una serie di ipotesi interpretative puntualmente precedute da una parola: «Forse». Quel «forse» fa da preludio ad una possibile lettura, poi ne segue un'altra sempre introdotta da un «forse». Avverto che ogni «forse» progressivamente allontana lui dalle sue emozioni e me da lui; la rete puntellata di «forse» prende la forma di una ruminazione ossessiva in cui ogni eventualità ha lo stesso peso emotivo delle altre, cioè nullo. Il paziente non si ritira in un qualche rifugio della mente popolato da fantasie onnipotenti (Steiner, 1996); egli sembra