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Perché gli psicoanalisti scrivono? Potrebbe sembrare, per la maggior parte di coloro qui presenti, una domanda alquanto bizzarra o addirittura superflua: si scrive di certo per il proprio piacere, per condividere con la comunità scientifica i risultati di un'esperienza, per proporre un avanzamento teorico, perché non potremmo vivere senza pensare, perché ciò che abbiamo vissuto con quel dato paziente ci obbliga a tornare infinitamente su di esso, mossi da un enigma o da un irrisolto che mantiene viva una necessità elaborativa e via di seguito. Se ci poniamo tale questione è innanzitutto perché nessuna attività umana si radica solo nel registro dell'utile o del necessario, e ci rendiamo conto che interrogarsi sulle radici soggettive del nostro operare dispiega orizzonti di senso altrimenti inaspettati. È altrettanto vero però che per lo più, si pensi al caso delle scienze umane, ci si interroga sul perché il nostro interesse sia catturato proprio da quel tema, non perché si scriva. L'operazione di soggettualizzazione realizzata dagli studi di genere, dal movimento femminista, o dagli studi postcoloniali, ha infatti in un certo senso istituzionalizzato o comunque universalizzato, le ragioni poste dalla psicoanalisi, e cioè la consapevolezza che ogni sapere è sempre intrecciato ad un percorso autobiografico, ne è una tappa, un'esplicitazione, un tentativo di fondarlo o nobilitarlo. Si pensi a ciò che alcuni storici hanno espresso nel tentativo di decifrare le ragioni della propria scelta di campo, mostrando, come ad esempio Le Goff, che il mestiere di storico non è riducibile unicamente ad una passione o ad un'esigenza teorica, ma appare intrecciato, ed in modi sorprendenti, al limite del perturbante, alla presenza di un enigma personale, di un dubbio, o addirittura alla necessità di disvelare un discorso ambiguo fatto da un familiare o, secondo le parole della Aulagnier, da un portaparola.