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Interrogandosi sul fallimento dell'analisi di Dora, Freud scrive: «Se avessi mostrato per lei un caldo interessamento che, malgrado l'attenuazione derivante dalla mia posizione di medico, avrebbe in certo modo potuto sostituire la tenerezza da lei tanto desiderata?» (1901, 392). E conclude: «promisi comunque di perdonarla per avermi privato della soddisfazione di guarirla radicalmente» (1901, 402). È ovvio che dobbiamo ormai riportare la freddezza di Freud soprattutto al piano teoretico, dove in discussione sono i concetti di neutralità e astinenza della teoria psicoanalitica classica. Freud si muove ancora entro il paradigma storico-naturalistico o archeologico-indiziario, noi stiamo approdando a un paradigma estetico (Civitarese, 2014).
Cosa vuol dire? Che ci rendiamo sempre più conto di come per la teoresi psicoanalitica sia importante il modello della costituzione estetica e intersoggettiva della psiche nell'infante; che il corpo per così dire «pensa»; che le emozioni hanno sempre a che fare con le relazioni e concorrono potentemente a dare un senso all'esperienza e una spinta e una direzione all'azione; infine, che dobbiamo tenere in considerazione tutto ciò per il modo in cui pensiamo l'azione terapeutica. Non si può più trascurare, per esempio, il ruolo della personalità dell'analista, la sua soggettività, il modo che ha di leggere il mondo secondo vie non perfettamente esprimibili in concetti. Negli aspetti di stile convergono i cosiddetti fattori non specifici della cura; per intenderci, quelli non riconducibili alla comprensione intellettuale e non direttamente traducibili in interpretazioni verbali. Nei vari ambiti del discorso