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Questo libro nasce dal lavoro di colleghi che hanno condiviso con Adelaide Lupinacci l'interesse per l'esplorazione del dolore dell'analista. Questo interesse risale alle prime ricerche di Lupinacci, Cancrini e Gambara sul dolore mentale, presentate al VII Congresso Nazionale della SPI, che proprio a questo tema era dedicato.
È in quella occasione che - sulle tracce del pensiero di Bion - nascono i primi germi dell'idea che il dolore dell'analista abbia un'influenza così cruciale sulla situazione analitica da poter essere considerato un elemento della psicoanalisi. Intorno a questa convinzione si è costituito una prima coppia di colleghi (Lupinaci e Lucattini) che ha cominciato a registrare, annotare e riflettere sul ruolo cruciale che gioca la capacità dell'analista di soffrire il dolore proprio, del paziente e con il paziente; poi - con un movimento di allargamento a spirale, per aggregazioni successive - gli autori di questo volume si sono uniti a costituire un gruppo di lavoro sul tema. Essi hanno condiviso sia un'esperienza clinica (la discussione nel gruppo di casi clinici - seguiti con modalità fondate soprattutto sulla libera associazione e sul pensiero sognante - in cui la tematica del dolore era particolarmente rilevante) che scientifica (la ricerca intorno alla specificità e alle caratteristiche del dolore, in particolare di quello dell'analista, e le considerazioni teoriche che ne sono scaturite). La ricerca ha poi preso ulteriore respiro attraverso confronti in contesti pubblici allargati, che hanno a loro volta contribuito a fecondare il pensiero all'interno del gruppo di lavoro.
La metodologia della discussione all'interno del gruppo si è rivelata nel corso del tempo particolarmente adatta a recuperare parti del dolore forcluso nel paziente e silenziosamente immesso nell'analista e a aiutare quest'ultimo a soffrirlo. Infatti, quando si trova confrontato con un dolore inesprimibile, l'analista ha particolarmente bisogno di un interlocutore, duale o colle