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Curata da Aurelio Molaro, Dottore di Ricerca in Filosofia Teoretica presso l'Università degli Studi di Milano e attento studioso delle implicazioni filosofiche, fenomenologiche ed esistenzialistiche, del pensiero psichiatrico e psicoanalitico (Molaro, 2012a, 2012b), e con un corredo di note, scientifiche, storiche e biografiche davvero esaustivo, questa prima edizione italiana integrale delle Lettere tra Freud e Binswanger fornisce allo psicoanalista alcune interessanti opportunità di studio: sia sul contributo dello psichiatra svizzero alla Lehre freudiana (XXXIV-XXXVII), sia nel carteggio che resta ai margini, ma che pure evoca questioni cruciali poste dalla psicoanalisi post-freudiana, ad esempio sul ruolo dell'Altro; sia sull'evoluzione del movimento psicoanalitico, in particolare alla luce di certi tratti caratteriali di Freud che qui, diversamente da quanto accade in altri suoi epistolari, e come lo stesso Binswanger riconosce nei suoi Ricordi di Sigmund Freud (1956, 64, nota 2), sono riconducibili non solo alla sua posizione d'autorità, ma anche alla sua «umanità».
Rispetto a quello tenuto con Fliess, ad esempio, che copre gli anni dello studio delle nevrosi e della scoperta della psicoanalisi e che, di fatto, è segnato dal bisogno di rassicurazione e di riconoscimento di Freud rispetto al proprio lavoro pionieristico, questo con Binswanger si gioca anch'esso su livelli significativi di rispecchiamento reciproco, ma, con Freud ormai consapevole della propria statura scientifica, su piani differenti. Le Lettere, infatti, oltre l'ufficiosità del loro primo incontro, avvenuto a Vienna nel marzo 1907 per il tramite di Jung, si caratterizzano fin da subito per una confidenzialità e uno zelo favoriti certo «dalla scarsa attenzione di Freud per qualsiasi genere di formalità e di etichetta» (XIV), ma anche dal fatto che, seduta stante, Binswanger senta di poter già raccontare a Freud un proprio sogno, che oltretutto lo riguarda, e che quest'ultimo non s'astenga dall'