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Dovendo esprimere una mia opinione sull'identità analitica dell'analista, non posso fare altro che indicare due paradossi che la caratterizzano. Preferisco l'espressione identità analitica a quella comunemente usata di identità dell'analista, perché la prima, contrariamente alla seconda, riesce a mettere in evidenza, attraverso un concetto astratto, funzionamenti psichici particolari, che non riguardano la psicologia della persona dell'analista, che è bene sia messa tra parentesi nel lavoro analitico. Con l'espressione identità analitica dell'analista voglio mettere in evidenza i funzionamenti della psiche che sono contrari all'evidenza logica del senso comune.
Un primo paradosso è, a mio parere, l'illusione dello psicoanalista di essere sempre psicoanalista, riconosciuto da se stesso, dagli analizzandi, dai colleghi della Istituzione psicoanalitica e dal mondo sociale. Un'illusione necessaria per sopravvivere, sia agli attacchi negativi transferali, sia alle idealizzazioni estreme e difficilmente sopportabili degli analizzandi. Il paradosso sta nel fatto che l'illusione di essere psicoanalista è accompagnata dalla disillusione che lo psicoanalista stesso sperimenta. Gli eredi di Freud, se vogliono ancora accedere alla psicoanalisi originaria e al tempo stesso non rinunciare a trasformarla, non possono che accettare di reinventarla giorno dopo giorno nella loro stanza d'analisi. Sto parlando di una continua oscillazione tra illusione e disillusione, teorica e clinica, che avviene nel corso dell'esperienza analitica.