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Itre contributi sul tema dell'identità analitica/identità dell'analista sono proposti da psicoanalisti di formazione, generazione, cultura, molto differenti. Il primo elemento di riflessione, abbastanza sorprendente, è costituito dalla loro sostanziale somiglianza. Il nucleo della questione fondamentale viene immediatamente chiarito, lasciando agli sviluppi successivi le specificità e i rischi che lo psicoanalista deve affrontare.
Il focus del discorso è la distinzione tra identità analitica e identità dell'analista: i tre autori ritengono che quello che interessa approfondire è l'identità analitica dell'analista, cioè la specificità del suo funzionamento mentale, diverso dalla sua identità personale, soggetta alle vicissitudini della vita quotidiana e alle variazioni del clima culturale e sociale, dell'età, degli interessi. Marzi sembra discostarsi da questo nucleo di pensieri, concentrando la sua attenzione sulle difficoltà dell'analista a mantenere il suo funzionamento mentale peculiare nell'era digitale, ma la sostanza concettuale è del tutto simile.
E non potrebbe essere diversamente, come ricorda Russo, dato che l'identità analitica si espande a partire dalla «sicura convinzione nell'esistenza dell'inconscio. Questa indicazione metodologica trasmessa agli analisti, si oppone alla formazione di un'identità analitica omogenea e compatta, governata da un Io totalizzante».
Foresti evidenzia il necessario «vederci doppio» dell'analista, il suo occuparsi di un oggetto che mette in questione l'identità del soggetto basata sulla natura bipersonale