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Itre lavori (Foresti, Marzi, Russo) che la Rivista di Psicoanalisi mi ha proposto di commentare offrono, e non potrebbe del resto essere altrimenti, concezioni dell'identità analitica che convergono in alcuni punti essenziali e divergono in altri. Probabilmente le differenze sono relative innanzitutto al luogo che viene scelto dagli autori per pensare il tema dell'identità analitica, mentre le convergenze si situano nella necessità di istituire, a vari livelli e configurazioni, un meccanismo generativo del doppio come elemento centrale nella costruzione della stessa. Ovviamente la questione di cosa sia l'analista (Nacht, 1956) esprime una paradossalità che deriva dal suo essere all'interno di un metodo a cui si assoggetta, (ma che definisce comunque il suo ruolo, il suo operare, il campo d'azione e la specificità della cura come una dimensione che è identitariamente assumibile) e, contemporaneamente, all'interno di una esperienza transferale (che fa sì che la sua parola provenga, per il paziente, dal luogo in cui quest'ultimo lo ha situato, sdoppiando l'esperienza stessa in un rimando di oscillazioni, risvolti, sovrapposizioni, ritorno di fantasmi e di genealogie perdute, di storie senza soggetto o che si riferiscono a soggetti multipli).
Russo propone il riferimento ad un doppio essenziale: identità analitica/identità dell'analista, con quest'ultima messa decisamente sullo sfondo, in maniera più radicale rispetto ad altre modellizzazioni, forse perché il suo punto di vista considera il problema essenzialmente a partire dalla stanza d'analisi, e dunque denuncia il rischio di vedere assumere dalla figura dell'analista e dall'eventuale tendenza idealizzante del proprio ruolo, quella funzione sintetica, di controllo e di padronanza che il dispositivo analitico dovrebbe decostruire. Nel conflitto fra forza e senso, fra polo acefalo della relazione e persona dell'analista, egli dispiega concetti