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The Hague, 6-9 aprile 2017
Il Congresso FEP quest'anno si è sviluppato intorno agli aspetti clinici, psicopatologici e intersoggettivi dell'oscillazione tra familiare e alieno- estraniante. Molti lavori hanno esplorato il tema del trauma di migrazioni, guerre e fondamentalismi che inevitabilmente segneranno le future generazioni.
Il giovedì mattina mi sono imbattuta subito nel Forum Preconference dedicato al trattamento psicoanalitico, in infanzia e in adolescenza, delle persone (immigrati o figli d'immigrati) con background culturali diversi. Questo gruppo di lavoro è stato molto interessante; il pensiero originale di Virginia De Micco, psicoanalista SPI e antropologa, ha aperto nuovi scenari teorico clinici. Le confusioni identitarie e le fratture nei processi identificativi tipiche dei transiti migratori comportano una forte instabilità dei riferimenti simbolico-culturali, un'intensa enigmaticità delle origini e una grande difficoltà a riconoscersi e soggettivarsi.
I legami transgenerazionali costituiscono, infatti, la matrice intersoggettiva necessaria allo sviluppo del senso d'identità. Il tema della propria origine è enigmatico a tal punto da potersi caricare di aspetti persecutori o, talora, da creare i presupposti per costituire nella mente un oggetto vuoto e alieno da restaurare in modo «integralista». L'ipotesi del trauma originario, la ferita delle origini per cui la madre, al di fuori del proprio sistema culturale e affettivo, non può svolgere efficacemente la sua funzione di «portaparola» per il bambino (Aulagnier, 1975) o di rispecchiamento responsivo del figlio (Winnicott, 1965) si staglia dunque come chiave di lettura preziosa per comprendere il caos identitario di questi figli di immigrati. Il segreto patogeno delle origini si delinea come elemento psichico traumatogeno, dissociato e non mentalizzabile.
Geneviève Welsh della Società Psicoanalitica di Parigi, nell'ambito dello stesso Forum, ha parlato invece dell'importanza d'integrare la psicoanalisi co