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L'Io del bambino piccolo vive ancora secondo il principio del piacere e occorre molto tempo prima che sia addestrato a sopportare il dispiacere.
«Alcuni pazienti hanno bisogno di sperimentare il vuoto, un vuoto che appartiene al passato, a un tempo antecedente il grado di maturità che rende possibile sperimentarlo… In pratica la difficoltà sta nel fatto che il paziente teme l'orrore del vuoto e per difendersene organizzerà un vuoto controllato, non mangiando o non imparando, oppure un riempirsi spietato, una voracità compulsiva e folle» (Winnicott, 1974).1
La clinica dei disturbi alimentari evidenzia come questa problematica possa derivare non soltanto da regressioni collegate a tensioni esterne o a conflitti evolutivi, ma da situazioni in cui il «difetto di base» affonda le radici a monte, nella precarietà dei processi d'integrazione che sostengono lo sviluppo stesso. Una ferita inferta alla «continuità dell'esistenza» che può esitare in «dissociazioni multiple» e nel ritiro «da un mondo reso ostile dal rifiuto del NON-ME da parte dell'individuo» (Winnicott, 1966), che predispone a un ingabbiamento in enclaves alimentate da un piacere di natura sensoriale, antitetico al piacere dell'autentica relazionalità