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In anni recenti è risultato sempre più chiaro il fatto che gli stati non rappresentati svolgono un ruolo in qualsiasi analisi: «Abbiamo quindi compreso che in ogni analisi, persino in presenza di strutture chiaramente psiconevrotiche ed edipiche - sempre che il trattamento venga sostenuto sufficientemente a lungo - si incontra anche la problematica di un nucleo di stati mentali non rappresentati, anche se nascosti dietro a una rete di rappresentazioni» (Botella C., Botella S., 2013, 95).
Tali stati non rappresentati possono assumere numerose forme, da fenomeni transitori in normali dinamiche psichiche a parti più complesse della personalità, come nelle organizzazioni patologiche, fino ad arrivare a ritiri autistici in cui il concetto di altro è fondamentalmente assente.
La trasformazione di uno stato non rappresentato in una rappresentazione spesso necessita di un oggetto che sia in grado di contenere il senza nome. Tale trasformazione include due dimensioni: una pre-concezione diventa una concezione; un elemento privo dei criteri di pensabilità, acquisisce tale qualità. Un terzo aspetto è ugualmente importante: la concezione dotata delle caratteristiche di pensabilità crea una pelle psichica: il Sé si sente più complesso, distinto e differenziato, e anche più sovrano. Tutto questo suona molto semplice, ma quello che succede è prevalentemente il contrario. Si tratta di un processo molto complicato e rischioso; perché è così?