You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
A mio giudizio, disse Austerlitz, noi non comprendiamo le leggi che regolano il ritorno del passato, e tuttavia ho sempre più l'impressione che il tempo non esista affatto, ma esistano solo spazi differenti, incastrati gli uni negli altri, in base a una superiore stereometria, fra i quali i vivi e i morti possono entrare e uscire a seconda della loro disposizione d'animo, e quanto più ci penso, tanto più mi sembra che noi, noi che siamo ancora in vita, assumiamo agli occhi dei morti l'aspetto di esseri irreali e visibili solo in particolari condizioni atmosferiche e di luce.
In questo articolo riprendo un tema di cui mi sto occupando da tempo, seppure affrontandolo da vertici differenti,1 riguardo al modo in cui l'inconscio si esprime quando non è in grado di rispondere alla regola analitica delle associazioni libere, e ci confronta invece con assenze, vuoti, ossessioni e ripetizioni che lasciano la sensazione che non ci sia un presente e un passato e che vita e morte si sovrappongano (come dice Austerlitz nell'omonimo libro di Sebald che ho citato in esergo). Inizierò da due esempi clinici per poi cercare maggiore spessore intrapsichico agli interrogativi posti, attraverso il caso di Anna e del suo