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Se il linguaggio di Nissen rinvia al Winnicott del 1974 riletto in chiave bioniana i contenuti del suo scritto rimandano a Ferenczi che ben prima di Bion e Winnicott ha sostenuto che la catastrofe deve «ripresentificarsi nella situazione analitica» perché possa esserne riconosciuta la natura e possano esserne elaborate le conseguenze. La catastrofe è difatti per Ferenczi un trauma cumulativo che non ha avuto luogo: non tanto nel senso che chi l'ha subita al tempo in cui è avvenuta non aveva le risorse per registrarla e rappresentarla, ma in quanto colui che ne è stato vittima non ha incontrato un altro che la recepisse e soccorresse cosicchè si è sentito completamente solo e abbandonato, e dunque perso in un mondo a lui estraneo e ostile che se da un lato ha tarpato ogni sua sorgiva capacità di relazione e comunicazione, dall'altro non gli ha acconsentito di venirsi a inserire come soggetto in un contesto umano (un punto di Ferenczi ripreso da M. Balint).
Per Ferenczi d'altronde - come Rilke magistralmente scriveva («solo dove tu sei, là sorge un luogo») - ciò che rende l'esperienza accaduta e l'individuo a cui è occorsa «reali» aprendo la strada alla futura digestione psichica del trauma e al suo ricordo è la presenza di un altro che si fa testimone e che sa confortare. Laddove invece l'ambiente idoneo alla crescita non si è annunciato, l'individuo secondo lui cade preda di un'assenza dove non c'è spazio e tempo, conscio e inconscio e dove non si danno neppure le premesse della costituzione di un «io» e di un «tu». Contingenza, quest'ultima, che promuove quegli stati di agonia infinita, morte psichica e non esistenza che Nissen descrive deducendoli dalle astrazioni un po' meccaniche di Bion e non dalle vivide esemplificazioni al riguardo di Ferenczi, che non pare conoscere (fatto piuttosto consueto tra noi).