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In un articolo del 1984 - «Se e come sono cambiati i nostri pazienti fino ai nostri giorni» - Gaddini ripercorre quelle che già allora si presentavano come significative trasformazioni nella tipologia dei pazienti psicoanalitici, provando a collegarle sia con importanti eventi storico sociali (guerre e sconvolgimenti sociali), sia con i cambiamenti degli analisti stessi, anch'essi immersi in quel medium sociale e specularmente coinvolti nei processi di trasformazione dei loro pazienti.
Nell'evoluzione descritta in realtà non è chiaro se a cambiare è il tipo di pazienti che frequenta i nostri studi o noi analisti stessi, nel senso che abbiamo esteso la nostra attenzione a categorie prima escluse e, al tempo stesso, abbiamo modificato, affinato e approfondito, i nostri strumenti di osservazione e di comprensione. La formula interrogativa espressa nel titolo - «se e come sono cambiati» - prelude all'affermazione di un cambiamento che non può che coinvolgere entrambi i membri della coppia analitica, al di là di ogni pretesa «oggettiva» misurazione statistica. Nel porsi questa domanda gli psicoanalisti sanno infatti «di dover fare i conti in primo luogo con come gli psicoanalisti sono cambiati nei confronti dei loro pazienti» (Gaddini, 1984, 646).
Tuttavia, malgrado queste considerazioni di metodo, Gaddini conclude che le forme prevalenti della psicopatologia individuale sembrano essere «progressivamente più gravi», «come se stessimo navigando, nostro malgrado con velocità crescente, verso il bordo di una cascata» (Gaddini, 1984, 661).
È interessante notare come Gaddini, riferendosi a quelli che in quel momento gli apparivano come gli ultimi cambiamenti in atto, sottolineasse già allora il crescente interesse per il funzionamento primitivo della mente e per la scoperta e l'esplorazione