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Il libro curato da Francesco De Bei e con una Introduzione dello stesso De Bei e di Lewis Aron, raccoglie scritti di Mitchell già pubblicati in Italia negli anni che vanno dal 1988 al 1997, due dei quali mai tradotti in italiano. «Il mio Viaggio Psicoanalitico» , pubblicato dopo la sua prematura scomparsa, è il racconto della sua storia professionale che prende le mosse dalle letture giovanili delle Opere complete di Freud per giungere, negli ultimi anni della sua vita, alla convinzione teorica che non è possibile eliminare l'impatto dell'analista sul processo analitico. Questo impatto può essere ridimensionato solo con una attenta e costante indagine sui meccanismi transfert\controtransfert. Nell'ultimo articolo del libro del 2001 Non ricercare o Passiamo alle cose serievi è un riconoscimento esplicito ad Autori come Loewald e Ogden che l'hanno spinto a riconsiderare il ruolo dell'analista, il quale utilizzando la metodologia classica della non direttività, non dovrebbe andare nella direzione di risolvere conflitti pulsionali inconsci, ma cercare un modo per sviluppare esperienze meno condizionate dal processo secondario e più aperte verso l'affettività, la fantasia, l'immaginazione. Il testo è diviso in due parti: la prima descrive il Mitchell teorico, la seconda quello clinico; gli articoli presentano tutti una ampia casistica clinica utile a comprendere «dal vivo» il modello presentato dall'Autore.
Tutti gli articoli danno voce all'obiettivo di presentare una prospettiva relazionale dei concetti fondamentali per la psicoanalisi. In tutti i lavori è esplicito il debito di riconoscenza teorico ed intelletuale verso Freud, Sullivan, Levenson, Fair-bain, Winnicott, M. Klein, Kohut e analisti quali Racker, Gill, Hoffmann, Ogden e Loewald che diventano nel corso della lettura del volume non solo interlocutori con i quali porsi in una posizione di confronto dialettico, ma psicoanalisti ai quali viene riconosciuto il contributo che le loro idee hanno avuto nella sua form