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Un minuto per dire «sì» alla proposta e un secolo per mettermi a scrivere. Questo è quel che mi è successo dopo che Antonella Granieri mi chiese una recensione per la Rivista, al suo libro Il fattore T in psicoanalisi. Il libro racconta di Eugenio Gaburri, anzi di uno dei domini di osservazione e di ricerca cui «il Professore» era molto affezionato e che molto ha studiato, e praticato: la tenerezza. Un collettaneo degli interventi presentati a due convegni «in memoria» a Milano e a Torino, rispettivamente nel gennaio e nel febbraio 2014.
Un racconto, una narrazione, una traccia, un prolungamento dell'esperienza di molti amici, colleghi, supervisionati, analizzati che, come me, hanno percorso una parte della propria vita, accanto a lui.
Si trattava di pensare ai pensieri di altri sul mio Analista, di condividere riflessioni che erano state in parte, anche le mie, e di riuscire ad accogliere la lettura del libro con cuore libero, ripercorrendo, con lo scritto, quello che per me è stata una vera «esperienza».
Il libro è riuscito a farmi da traccia in questo percorso.
Il testo risuona di affetti e di emozionanti ricordi ma anche di rilievi scientifici forti, che con il loro intreccio, paiono tessere una tela di tenerezza, solida ed avvolgente, come era lui.
Potrei intitolare questo scritto «…eravamo sempre in molti e in molti luoghi e con la bocca piena di torrone».
Sì, perché l'analisi con il Prof. fu individuale, ma la sua anima «gruppale» mi portò spesso a vivere il tempo insieme come un tempo di gruppo. Del resto lo dice Corrao: «Non c'è analisi che non sia di gruppo!».
Le nostre chiacchierate, le emozioni, insomma il nastro di vita che abbiamo condiviso erano sempre popolati di molti personaggi, di «molti ingredienti», li chiamerebbe Antonella che insieme a Giovanna Maggioni parla di possibili letture alternative e parallele, di condivisione, di a-simmetrie, di coraggio e sfide con cui