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Vorrei, in queste riflessioni, provare a ripensare all'uso del silenzio da parte dell'analista. Un tempo considerato un aspetto importante della tecnica analitica, esso sembra essere stato via via messo sempre più in secondo piano come strumento tecnico, messo appunto a tacere. Ovviamente, il silenzio non è solo un elemento tecnico della psicoanalisi: esso è principalmente parte costitutiva del discorso, ne determina le pause, le interruzioni, magari preludio ad una ripresa, le linee di demarcazione tra un discorso e un altro. Anche in analisi non si configura esclusivamente come aspetto tecnico: può, infatti, rappresentare un modo per esprimere un sentimento ostile o di intimità (ricordando forse in questo secondo senso l'essere solo in presenza di un altro di Winnicott, 1958), o di quiete, o di assenza. In questi casi, appunto, credo che esso non possa essere concepito come strumento dell'analista, in senso stretto, pur essendo di certo una forma di comunicazione terapeutica. Dunque, qui mi riferisco al silenzio come strumento analitico, intendendolo come una sorta di sottrazione attiva dell'analista dal discorso, un sottrarsi attivo alla domanda dell'altro, direbbe Lacan, allo scambio verbale. Una sorta di frustrazione, o, più in generale, di sospensione attiva dell'elemento relazionale e affettivo legato allo scambio comunicativo attivo, cioè al discorso anche non verbale.
Come ho più sopra specificato, non intendo affermare che il silenzio non contenga elementi relazionali e comunicativi. Ritengo, però, che esso implichi una forma passiva di comunicazione, una minore intenzionalità rispetto allo scambio verbale, un elemento economico di riduzione dell'intensità relazionale implicata dal discorso inteso come elemento attivo della comunicazione.
Io penso anche che questa funzione attivamente sottrattiva del silenzio come elemento tecnico abbia una qualche parentela con ciò che in passato è stato definito