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Una visione sempre più condivisa è che l'obiettivo terapeutico dell'analisi sia, fondamentalmente, lo sblocco, lo sviluppo, o la conquista, del pensiero rappresentativo, in particolare se parliamo di bambini. Winnicott (1971, 38) parla del lavoro dell'analista come rivolto a portare il paziente dalla incapacità di giocare alla capacità di giocare. Klein parla di posizione depressiva e di riparatività, con il nuovo modo di guardare al passato, l'apertura al futuro e la creatività del pensiero che questo comporta, Bion vede il compito dell'analista come quello di creare uno spazio in cui sia possibile lo sviluppo. Ogden parla del poter sognare sogni non sognati.
Molti convergono anche sull'idea che sia il setting psicoanalitico a creare le condizioni perché tutto questo sia perseguibile.
Una metafora che rende perfettamente l'idea è quella, molto citata, di Federico Flegenheimer: il setting è come il buio al cinema, o il silenzio al concerto.
L'elaborazione del setting analitico da parte di Freud ha come modello l'attività onirica. Il paziente sdraiato sul lettino è incoraggiato a non esprimersi attraverso il movimento fisico, in modo analogo alla sospensione della motricità muscolare nel sonno REM. La percezione della realtà esterna, che nel sonno è in stand by, viene attenuata dalla posizione alle spalle dell'analista e da una certa continuità nell'assetto della stanza di analisi che la renda più uno sfondo che uno stimolo. La regolarità e quotidianità degli orari delle sedute tende a sua volta a creare un effetto «sfondo» o cornice.