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Ho molto apprezzato la chiarezza del primo testo (Marina Lia); alla lettura mi veniva da ripetere a me stesso «come risplendono chiari questi fogli». L'Autrice è estremamente chiara e onesta nell'esplicitare o le sue appartenenze teoriche, gli autori di riferimento, le sue o preferenze tecniche. Mi piacerebbe se questa modalità di autopresentazione diventasse la norma, risultando anche un veicolo per un accesso facile al testo.
Le vignette cliniche si snodano come perle preziose: se un paziente parlasse a inizio seduta delle angosce che gli causa non trovare parcheggio, quante diverse risposte potrebbe evocare, da una risposta agito che occlude il campo, a una esplicitazione sul timore di «non trovare un posto e uno spazio», al poter giocare con queste paure in cerca di possibili soluzioni.
Dà fiducia vedere sottolineati i debiti di gratitudine che dobbiamo a Freud, Klein, Winnicott, Bion e Ogden, che mostrano una psicoanalisi in perenne trasformazione e arricchimento. Vivo il ventaglio dei transfert proposto nei vari modelli, tra i quali vi è differenza, laddove vi è spesso una fobia del riconoscere e accettare le differenze. Bellissima l'autopresentazione dell'analista al piccolo futuro paziente, dopo qualcosa che gli aveva causato un soprassalto, come «una signora che si intende di spaventi».
Una delle poche differenze d'accento la porrei in una minore ricerca di un significato da svelare (es. le firme sul camice bianco) a favore di un talking as dreaming, ovvero un giocare/parlare verso la costruzione di un significato.
Qualcosa che farei meglio a non dire perché sono sicuro di alienarmi molte simpatie è il minor peso che darei alla «osservazione del neonato» che pur ha avuto il suo perché nel formare intere generazioni di analisti infantili (me compreso), perché