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Le due relazioni di Daniela Lucarelli e di Gianfranco Giordo si riferiscono a un'area di pensiero e di esperienza clinica che presenta caratteristiche inedite e complesse. Un'area problematica nella quale la psicoanalisi deve affrontare nuovi contesti ed è costretta così facendo a riflettere su se stessa. In tutti i campi della cultura sembra sia passato un silente cataclisma che ci relega nell'epoca del «post» e della liquidità diffusa. Le potenti strutture teoriche e dottrinali che hanno retto la nostra civiltà si sono, appunto, liquefatte in modo quasi inavvertito. Erano sopravvissute ai grandi conflitti mondiali e agli sconvolgimenti che li hanno accompagnati per poi silenziosamente afflosciarsi senza apparente crisi. Ciò riguarda la politica ormai post ideologica, le religioni, salvo schegge di fanatismo decadente, ormai post dottrinale, l'etica ormai post valoriale e perfino la conoscenza stessa, ormai condannata alla post verità. Ciò che permane, anzi acquista potere, sembra essere la scienza. Ma occorre precisare che la fede spesso cieca e dogmatica nella scienza non riflette affatto la trasformazione probabilistica che la attraversa e la rende molto più incerta e antidogmatica di come si presentava un tempo, ma l'eccitazione del progresso tecnologico intimamente connesso ai processi di globalizzazione neocapitalistica dominata dai nuovi giganti del potere economico come Google, Apple, Amazon e consimili.
E la psicoanalisi? Come potrebbe non partecipare, suo malgrado, a questo processo di posterizzazione? Anche lei, in fondo, è diventata post freudiana, post kleiniana, post bioniana. Post psicoanalitica?
Ritengo che sia opportuno, come sempre, cercare di volgere le difficoltà in vantaggi. Invece di resistere nella difesa di una dottrina e di una pratica in modo rigido e conservativo, invece di costruire nuovi modelli ai quali aggrapparsi