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Premetto che il mio commento riguarda un testo, quello offerto dal dottor D'Agostino, sulla base delle richieste della Rivista. Il rapporto tra questo testo e l'esperienza che lo ha in parte stimolato è qui irrilevante e indecidibile, solo l'Autore del testo potrà rifletterci su, in un certo senso è un fatto privato che non ci riguarda. Inoltre, a differenza di un seminario con parecchi colleghi, qui sono solo di fronte a questo testo. Il mio lavoro psicoanalitico è dunque inevitabilmente un lavoro individuale e soggettivo, due qualificazioni distinte. Spero che dalle considerazioni che ora scriverò sia chiaro che mi sono estranei giudizi di valore e che le associazioni che esporrò - al di là dei miei aspetti personali - mi serviranno a cercare di illustrare un procedimento conseguente all'uso del metodo psicoanalitico freudiano durante la lettura di questo testo.
L'«impressione» generale che innanzitutto ho avuto al termine della lettura è stata quella di una vicenda umana di tentativo reciproco di conoscenza e di legame affettivo tra una donna e un uomo. Mi sono chiesto allora perché mi si ponesse in primo piano una impressione generale anziché, ad esempio, essere attirato da qualche dettaglio o da qualche filo di pensieri. E mi sono risposto che si trattava di un effetto di compiacenza nei riguardi dell'autore, il quale aveva premesso ai testi delle tre sedute una presentazione generale della signora chiamata Bruna e delle proprie impressioni iniziali.
La mia attenzione attratta o condizionata dalla presentazione generale, allora, diventava un segnale di allarme: voleva l'autore costringermi? Trasmettermi un messaggio violento del tipo «non ti lascio immaginare la paziente come vuoi, devi vederla così!»? Ah, la libertà di pensiero! Ecco dunque due elementi, due miei contenuti psichici divenuti ora consci: la violenza e la libertà. Entrambi hanno dei correlati