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La dottoressa Stefania Manfredi ha sempre avuto un particolare interesse per la comprensione degli aspetti terapeutici della nostra disciplina. Infatti, ripercorrendo le pubblicazioni, gli interventi ed i seminari effettuati, possiamo ritrovare un filo rosso che ha incessantemente condotto il suo pensiero, che l'ha spinta ad indagare e a cercare di teorizzare, continuamente, quali fossero le componenti terapeutiche e i fattori capaci di indurre un positivo cambiamento nella psicologia dei pazienti. Se ripensiamo tale cammino, possiamo analizzare ciò che questo percorso ha generato ed ipotizzare anche i suoi possibili sviluppi.
Il percorso teorico-clinico di Stefania Manfredi si orientò, fin da subito, al tema della terapeuticità della psicoanalisi, introducendo in Italia l'articolo di Strachey: «La natura dell'azione terapeutica della psicoanalisi» (1934), pubblicato sulla Rivista di Psicoanalisi nel 1972, che definiva teoricamente la cosiddetta interpretazione «mutativa». Il lavoro di Strachey si interroga, in maniera sistematica, su quali siano gli effetti terapeutici della psicoanalisi, evidenziando come questa operi principalmente sull'analisi della resistenza. Infatti i primi psicoanalisti erano divenuti prontamente consapevoli che rendere solamente edotto un paziente di una tendenza inconscia, che considerava inaccettabile, non poteva produrre risultati terapeutici. Freud spiegava questa difficoltà utilizzando una metafora geografica, ovvero ipotizzava che la tendenza originaria da respingere venisse raffigurata in una regione di una mappa, mentre l'informazione appena scoperta su di essa, quando veniva comunicata al paziente dall'analista, si situava in un'altra regione della stessa mappa. Tra le due regioni si poteva supporre l'esistenza di una