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In questo libro affascinante e difficile, come ci avvisa l'autore stesso, Beppe Pellizzari, seguendo le orme dell'oggetto, dà il là a una ricerca inesausta senza pause che finisce col coinvolgerci in un labirinto di domande: cos'è l'oggetto, è insostanziale o reale, è impermanente o costante, è diveniente o invariante? Leggere il libro di Giuseppe Pellizzari è un'esperienza esistenziale. Costringe continuamente a raccogliersi su se stessi, sull'Altro, e sull'esperienza che stiamo facendo dell'Altro. Credo di essere stato tentato più volte di circoscrivere il tema centrale del libro, l'«oggetto», in una formula chiara, ma alla fine liquidatoria: «L'oggetto, e la percezione che ne segue, è quel “ti esti” reale che continuamente cambia nel tempo nello spazio e nella forma; ma l'oggetto è anche quel quid interiore che continuamente cambia insieme alla mia mente, come una nuvola, con l'età, col mio stato d'animo, col luogo che abito e l'atmosfera».
L'unico oggetto possibile è dato dall'incontro di questi due cambiamenti. Due forme divenienti, esterna e interna, che a un certo punto dell'esistenza personale e dell'universo si incontrano per un attimo, provocandosi, illuminandosi, senza fondersi.
Questa cornice sintetica, che pure credo corrisponda ad un «concentrato» del libro, non rende giustizia alla sua complessità e si esaurisce in due mere funzioni: una funzione negativa di occludere tutte le espansioni (Pellizzariane) che sbocciano attorno all'oggetto, nella veste di ampie libere associazioni, metafore vive.
Una funzione, invece, positiva: quella di evitarmi un'attenzione costante e certosina al flusso ricorsivo del libro, ai rivoli creativi, simili ai «sentieri interrotti di Heidegger», che spiccano in un turbinio dal grande fiume del discorso lento, maestoso, simile al TAO, contraddicendo l'aforisma di Lao Tze «il TAO di cui si può parlare (espansioni) non è il vero TAO».
Nel libro di Beppe Pellizzari le espansioni sono altrettanto pregnanti del discorso principale, e