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Vivevano tutti insieme in una piccola casa proprio nel cuore di una pineta buia. Qui il sole non splendeva mai perché l'ombra era troppo profonda, e nessun vento vi penetrava perché i rami erano troppo fitti: era il luogo più solitario e tranquillo del mondo.
Intorno a queste parole si sono inaspettatamente addensati i miei pensieri su quello che ritengo un elemento costitutivo fondamentale dell'essere psicoanalisti: la passione. Come può coniugarsi il bisogno di isolamento, l'inclinazione al ritiro di certi pazienti, la loro ricerca di un rifugio nella mente e nella stanza d'analisi, con questa attitudine vitale dell'analista? Quali modulazioni sono necessarie per poter lavorare analiticamente con loro e portare scintille di vita nell'oscurità, senza causare ustioni o accecamenti e al tempo stesso preservare la capacità dell'analista di provare passione e rimanere vitale? E, infine, in quali modi la passione dell'analista può divenire strumento terapeutico?
Proverò innanzi tutto a descrivere le implicazioni del termine passione, attributo umano, prima che concetto psicoanalitico. La parola «passione», derivante dal greco pathos e dal latino passio, condensa significati contraddittori: «sofferenza fisica e morale», «forte amore», «interesse, inclinazione, predilezione spiccata» (Devoto, Oli, 1995). Passione, quindi, rimanda a Eros e Thanatos insieme, ed è anche elemento costitutivo della parola «compassione», la cui etimologia nelle lingue derivanti dal latino comprende il termine sofferenza, mentre in altre si forma