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La questione della scrittura ha cimentato la psicoanalisi fin dalla sua nascita, ponendole quesiti di apparente opposta natura. Da un lato, lo psicoanalista è facilmente attraversato dal desiderio/necessità di prendere appunti (Bollas, 2013; Bion, 1992; Vigneri, 2002), lasciare note, trascrivere un sogno, tenere un diario (Anzieu, 1985; Costantini, 2004), una sorta di contenitore-interlocutore (Schwartz, 1984), in un tentativo di rielaborare a posteriori quanto accade nel processo analitico, inserendone un elemento di differente distanza (Carotenuto, 1995). C'è poi un altro desiderio/necessità, che spesso lo anima, ossia lo spirito del ricercatore che già muoveva Freud nei suoi primi approcci alla psicoanalisi, il desiderio di condividere con i colleghi spunti clinici ed ipotesi teoriche, utili ad avanzare nella conoscenza scientifica della materia. A questo proposito, Thomas Ogden (2013) - autore che si è lungamente occupato dell'arte dello scrivere e della fruttifera relazione tra la letteratura e la pratica della psicoanalisi - afferma che lo scopo principale di scrivere di psicoanalisi è quello di fornire un «nutrimento» per i pensieri e la mente di un'altra persona.