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Vi è un dibattito esteso e approfondito all'interno della SPI, della FEP e dell'IPA, sulla complessa articolazione tra i cosiddetti canoni tradizionali della psicoanalisi e le proposte di nuovi paradigmi teorico-clinici: questo dibattito è anche intrinseco a nuove forme di malessere dell'individuo inserito in una realtà socio-economica e ambientale soggetta ad un'incessante velocizzazione temporale e a una caduta di «garanti meta-sociali» e spaziali (Kaës, 2012).
Questi nuovi assetti richiedono allo psicoanalista di addentrarsi in territori sempre più complessi e nuovi poiché il soggetto che chiede aiuto presenta aspetti psicopatologici spesso indefiniti e inediti e pone richieste molteplici che sembrerebbero esulare talvolta dalla competenza analitica: l'analista è quindi chiamato ad un funzionamento emotivo e tecnico articolato, affinato e delicato, per dirla con Racalbuto ad un «funzionamento psichico al limite» (Racalbuto, 2006, 59).1
Infatti, nella fase di consultazione, incontriamo spesso pazienti al limite della trattabilità, quelli che ho definito i «pazienti per caso» (Jaffè, 2006, 75), quelli che giungono con un malessere senza sapere bene perché, quelli che si rivolgono a noi chiedendo un generico aiuto e in cui si sperimenta un'atmosfera nebbiosa ed offuscata, ma sovente anche attraversata da improvvise zone di turbolenza emotiva. Alcuni individui, soprattutto quelli più angosciati, dopo averci raccontato la loro storia, i loro sintomi, i loro disagi, chiedono di avere una risposta immediata