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La consultazione iniziale rappresenta un momento critico sia per il paziente che per l'analista. L'analista si trova davanti al compito di identificare l'ansia più urgente del paziente e poi di costruire un intervento o una serie di interventi appropriati, che possono impegnare il paziente in un processo senza stravolgere le sue capacità egoiche. È necessario mantenere un delicato equilibrio tra attività e ricettività, riflettendo il bisogno dell'analista di cogliere i punti critici di urgenza del paziente, e allo stesso tempo prendendo il tempo di ascoltare e riflettere in silenzio su ciò che viene comunicato e ciò che viene omesso. Vi è inevitabilmente un senso di pressione, sia nell'analista che nel paziente, riguardo al raggiungimento di un punto di comprensione basato sulla potenzialità di un impegno emotivo nei limiti imposti dal setting della consultazione. L'analista deve lavorare per contenere le proprie ansie riguardo alle proprie capacità analitiche, la dimensione narcisistica, e allo stesso tempo essere il più ricettivo possibile verso le comunicazioni inconsce del paziente e verso i bisogni difensivi. La pressione nell'analista è anche dovuta all'inevitabile senso di un margine condensato di tempo all'interno del quale è necessario stabilire un contatto significativo per far sì che il paziente si senta abbastanza al sicuro da investire in una terapia futura.
Bolognini (2006) usa il termine evocativo di «traghettatore» per descrivere il ruolo del consultante che valuta il paziente che verrà inviato a un altro collega. Egli parla di un «profondo conflitto desiderio/paura implicito nella curiosità» come uno dei fattori di stress nella consultazione e fa riferimento, tra gli altri, a Etchegoyen (1991, 58) che enfatizza «la prudenza con cui si dovrebbero ricevere le