You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Ho scelto per questo mio intervento sulla consultazione psicoanalitica in ambito istituzionale lo stesso titolo che ho proposto per il programma scientifico del Centro Torinese di Psicoanalisi dell'anno in corso, nel quale la stanza analitica è intesa come il luogo tradizionale costituito da Freud quale setting dell'esplorazione e della cura, laboratorio di ricerca al centro della disciplina psicoanalitica. Essa è divenuta un'icona della cultura occidentale, spazio di permanenza e transizione, «non luogo» prototipico del novecento, scenario di quello che un mio giovane paziente, dopo qualche anno di analisi, definiva: un «nuovo tipo di rapporto umano inventato da Freud». Per uno psicoanalista esso è costitutivo dello spazio-tempo analitico, metafora della relazione analitica e dello spazio mentale, luogo ideo-affettivo che sedimenta le esperienze del training formativo e delle vicissitudini del suo lavoro di analista. Uscirne fa temere alienazione e perdita di identità e di sapere e implica, in ogni caso, un lutto e l'elaborazione del lutto.
Questo, a mio parere, si percepisce in tutti e quattro i lavori che sono sotto il focus del mio intervento nei quali, analisti di differenti orientamenti teorici, descrivono percorsi di consultazione analitica in ambito istituzionale: nei Centri Milanese e Veneto di psicoanalisi - rispettivamente Jaffè e La Scala; presso la London Clinic - la Schachter; nel Centre de Psychanalyse e de Psychoterapie E.& I. Kestenberg dell'ASM13 di Parigi, nel quale Gibeault è uno dei supervisori. La sfida sembra essere quella della preservazione ed estensione del metodo psicoanalitico, un processo già peraltro da tempo in corso, con l'entrata sempre più rilevante di nuovi pazienti e nuove patologie nei nostri studi. Ciò ha costretto gli analisti a rivedere i criteri di analizzabilità e a trasformare spesso, anche negli