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La «solitudine», è stato/condizione dell'anima. Come l'«amore», il «dolore», il «piacere», sfugge alle definizioni esatte, più precisamente le elude. Il pensiero che cerca di afferrarla, deve seguirla per strade di significazione prossime all'esperienza vissuta. Spazio tra i più significativi della relazione analitica è, insieme, una capacità che analista e analizzando devono raggiungere e sviluppare e una condizione indesiderabile dalla quale uscire.
Chiedere a Ginevra Bompiani, scrittrice le cui trame narrative pensano, sono esse stesse dispositivi intuitivi, un breve scritto sulla solitudine con cui confrontarsi come analisti, non è stata una scelta dettata solo dall'esigenza di dialogo con una parte della cultura che frequenta i nostri stessi luoghi dell'esperienza umana. Risponde anche all'esigenza, sempre meno rinviabile, che la psicoanalisi esprima il suo sapere, inclusi i suoi concetti «metapsicologici», in un linguaggio non gergale, troppo distante da quello usato nel campo della cura.
Bompiani intreccia tra di loro due solitudini: la solitudine rispetto al proprio creatore, le proprie origini, e la solitudine rispetto al proprio creato. Si nasce alla vita due volte. La prima contraddice, dice Freud, l'«impressionante cesura» della nascita1 e assegna al mondo in cui si è accolti la funzione di un'estensione di sé. La seconda è una mutilazione: l'estensione si stacca e diventa parte perduta di sé, mentre sta per assumere la sua identità di cosa separata, differente: non del tutto afferrabile, ma neppure, se va bene, estranea, aliena.
Ciò che si stacca da noi è, al tempo stesso, il luogo delle nostre origini e il mondo, illusoriamente, creato da noi. Ci sveglia dalla beata solitudine di una vita senza complicazioni, il fluire dell'esistenza tra il «qui» e il «là» di una sola esperienza soggettiva, la nostra. Si esce dallo spazio della comunicazione silenziosa con la vita e ci si trova gettati nello spazio della mancanza in cui la comunicazione è evocazione di ci