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Quando Dio Jahvè si sveglia, non si ricorda di avere creato l'universo. Quel che vede intorno a sé è una terra brulla, silenziosa, rossiccia, una grande creta sterile, perché non ha ancora inventato la pioggia e nessun arbusto, neanche un filo d'erba vi cresce sopra. È in quel momento che Dio Jahvè si sente solo.
Allora affonda le mani nella terra, che è morbida perché un'acqua scorre sotterranea e sprigiona i suoi umori, raccoglie un po' di terra, la plasma con le mani e crea un terrestre.
Come Geppetto crea Pinocchio, Dio Jahvè forma il suo burattino.
Anche Geppetto lo fa perché si sente solo. E crea un «discolo», un essere che appena uscito dalle sue mani gli scappa, un modello di disobbedienza, che il povero falegname rincorre disperatamente e felicemente, perché è questo la compagnia: prendersi cura di qualcuno che ti sfugge, ti disubbidisce, ti fa arrabbiare. È la compagnia dei figli e delle mogli, è la compagnia che ciascun maschio immagina vicino a sé, che ti colma e ti esaspera, quella che ciascuno insegue e fugge per tutta la vita.
Questa è la compagnia che dio Jahvè cerca e si procura (poiché in lui i due verbi coincidono).
Quella che più di ogni altra riempie la vita e la mente: una cattiva compagnia.
E dio Jahvè si prende cura della sua creatura. Non vuole sperderla nella grande terra inospitale che chiamano Eden, ma solo per lei crea un giardino, vi pianta degli