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Ginevra Bompiani racconta le solitudini, cominciando dalla prima in assoluto, quella di Dio Jahvé che per procurarsi una compagnia crea l'universo, compresi noi umani. Il racconto è largamente quello della Genesi (bereshit) ma con qualche aggiunta, commento, ammiccamento, che, s'intende, ci fa piacevolmente compagnia. Insomma in principio era un midrash, variazione narrativa su tema tratto dal testo biblico, cui aggiunge fantasie, un po' come Calvino fece con le cosmicomiche, meravigliose narrazioni di fantasia basate su principi della fisica.
Un modo di comprendere la solitudine è la conoscenza dei meccanismi di relazione, di come cerchiamo di costruire una compagnia. La Bompiani dice: «Perché è questo la compagnia: prendersi cura di qualcuno che ti sfugge, ti disubbidisce, ti fa arrabbiare». La (spesso cattiva) compagnia cura la solitudine. E qui il (buon) analista drizza l'orecchio. Il serpente nel copione ha il ruolo del cattivo, ma sostiene l'importanza del pensiero. Ecco, l'ambivalenza è una forza motrice che ci riguarda.
Tornando agli inizi, Dio Yahvè e Adamo si annoiano nel giardino di Eden, sono ancora soli, allora dio fa l'altra cosa che sa fare, detta legge: «Non mangiare il frutto dell'albero…». Dato che è onnisciente, ci dicono, sapeva già di aver inventato la trasgressione insieme alla legge, ma non contento, inventa anche la donna e con ciò vince la solitudine, perché l'amore e i conflitti sono un passatempo illimitato.
Dico che Dio era saggio. Ha fatto la donna con una costola, che sembra un dettaglio, la costola, badate, non il cervello di Adamo. A Eva gliene ha fatto uno nuovo. Come sempre nel prototipo c'è qualche svista da correggere. Per la donna c'è voluto più lavoro. Beh, lo dico io, Ginevra non dice questo, nemmeno il Talmud, però potrebbero pensarlo.