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«Lo cunto de lo cunto»2, che potrebbe descrivere il risultato di un'operazione di rilettura di un testo bello e poetico quale è quello di Ginevra Bompiani, dovrà dolersi subito di essere causa di rottura di un incantesimo: quello che si ricava dalla prima lettura. Qualunque «secondo» testo prodotto a commento di un primo, gli avrà già succhiato l'anima, e non potrà che celebrare la morte di una lingua che ha dato piacere, di un «presente immaginario» che come su una scena allestita si era aperto a noi. Il testo originario, sventrato da una lettura che impietosa seziona e cataloga, sarà così affidato ad un'operazione, tra le peggiori, quasi una impostura: quella di un parlare «sopra».
Nessuna affermazione profetica, nessuna parabola evangelica hanno fatto da corredo al testo che solo ha rivendicato docilmente un diritto di parola dell'autrice in favore di una relazione semplice con le proprie idee. A contatto con la virtù di una scrittura leggera il testo si offre col candore di una fiaba attraverso uno scenario del possibile, a quell'incrocio in cui si incontra il sapere più intimo e libero di chi «scrive». Di chi, cioè, sa parlare semplicemente di Cose grandi3, quelle che allargano lo spazio interiore, senza farci dimenticare di essere di questa terra. A un tratto,