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È difficile parlare di un libro così ricco di citazioni, peraltro bellissime, senza adoperarne qualcuna, ma è proprio quello che vorrei cercare di fare per una parte del mio commento per poter entrare subito nel vivo della questione stilistica del libro Mindscapes di Vittorio Lingiardi.
Credo che per accedere pienamente alla sua forma ci si debba abbandonare ad una sorta di viaggio acquatico, un'immersione in una corrente continua e calma, non vorticosa ma allo stesso tempo piena di rivoli che portano in tanti e differenti luoghi della mente e del paesaggio esterno mediante una sensazione fisica di espansione, di spargimento del corpo e della psiche che si dilatano progressivamente.
Si riemerge con l'impressione di aver visto a volte immagini inusuali ma molto spesso anche conosciute e antiche che risuonano dentro come vissuti personali, vicende agganciate alla propria storia. La sensazione, amplificata dalle raffinate immagini pittoriche e fotografiche intercalate come parole nel tessuto linguistico stesso del libro, è quella di trovarsi di fronte ad un libro antico, uno di quei volumi preziosi che si trovano miracolosamente in qualche vecchia libreria di Firenze, o perché no di Parigi, pur essendo il libro allo stesso tempo un modernissimo esperimento di comunicazione reticolare.
Devo fare necessariamente una citazione, la fa ampiamente anche Lingiardi riferendosi a Deleuze, e parlare del Rizoma, una figura cardine di Mille piani, libro seminale scritto insieme a Guattari (1980), che alludendo ad un fusto le cui radici si propagano orizzontalmente invece che in verticale, definisce un sistema, decentrato, a-gerarchico, caratterizzato dalla molteplicità.
Mindscapes si può aprire da qualsiasi punto, come invita a fare l'autore, si può interrompere e riprendere, porta in luoghi apparentemente rigorosamente definiti magari dal titolo del capitolo, ma poi ricorsivamente ritrovati uno o più capitoli dopo, senza aver perso niente dell'intenzione originaria di affrontare uno