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Il libro racconta una storia di maternità, ed è dedicato alle nipoti, grandi e piccole, e al loro futuro. Un libro che, essendo l'Autrice un'artista della parola, è avvincente come un romanzo e si legge d'un fiato, gustandone la poesia e la bellezza.
Si direbbe un libro «al femminile», e di fatto lo è, sebbene si riveli, poi, un libro sulla vita, sui legami e i sogni, ma, anche, sul reale e i suoi limiti.
Inoltre, è un'autobiografia (la protagonista Lena è l'alter ego dell'Autrice), e infatti per chi come me conosce Silvia Vegetti Finzi da tanto tempo è commovente ritrovare episodi condivisi, sperimentare nella pelle la densità di affetti e ricordi.
Ma anche per chi non conosce personalmente l'Autrice, si tratta, forse ancor più della sua «vera» autobiografia, La bambina senza stella, di un libro che può accompagnare chi lo legge (come accade con certe pagine freudiane o bioniane) a ritrovare proprie esperienze esistenziali significative, esperienze che potrei definire «patrimonio dell'umanità»: essere figli, essere partner, essere genitori, essere soli, essere amati e amare, essere odiati e odiare, essere rifiutati e rifiutare, essere accolti e accogliere…
È, quello evocato dal libro, il valore irrinunciabile della capacità di ascoltare il nostro mondo interno. Leggiamo: «È la quotidianità dispersiva e assillante a esiliarci da quello spazio ombroso che si stende tra la psiche e il corpo, un chiostro in cui dovremmo abitare per ritrovare la nostra essenza, conoscerci, nutrire senza narcisismo il nostro amor proprio. Invece siamo inesorabilmente sospinte fuori: lo sguardo catturato dalle cose, l'orecchio allertato dai rumori, le mani contratte in compiti strumentali, la voce addestrata alla risposta convenzionale, il gusto edulcorato, il tatto anestetizzato» (16).
Quando ho terminato la lettura de L'ospite più atteso, immediatamente ho suggerito alle mie due amiche storiche (le cui figlie primogenite sono a loro volta madri), con le quali ho condiviso gli studi universit